24 febbraio 2017

# Piccoli Gesti 2017 # zapping

Piccoli Gesti 2017, cap.1: #alcentrodelmiocuore

Se avessi una bacchetta magica e potessi regalarmi così, di punto in bianco, una dote che non ho, penso proprio che vorrei saper disegnare bene. Ma bene bene bene. 

Mi viene in mente un mio compagno di classe delle elementari, per esempio. Noi comuni mortali riempivamo i fogli di casette col tetto rosso, per carità le mie anche discretamente carine, mentre lui disegnava dinosauri. 
Dinosauri, già. 
Me li ricordo benissimo e me li ricordo bellissimi. Avrei pagato un occhio della testa per essere brava come lui: i suoi chiaroscuri erano reali, i suoi tratti precisi, i fogli senza nessuna sporca cancellatura.
Avrei riconosciuto i suoi disegni tra mille.

Chissà se disegna ancora, oggi.
E chissà se era brava a disegnare come lui Enrica Mannari, che oggi ha sostituito nel mio immaginario il compagno di classe delle elementari per riconoscibilità e bravura nelle sue illustrazioni. 
L'arte diventa ancora più grande, ai miei occhi, se viene condivisa e moltiplicata con generosità. Ebbene, lei lo sta facendo.
Ho già accennato al suo progetto, Piccoli gesti 2017, che lei ha introdotto in questo modo sul suo blog:
Il 2017 è appena cominciato, quest’anno vorrei dedicarlo approfonditamente alla conoscenza del Sé, ai piccoli gesti che ci fanno vivere il qui e ora e all’amore, che è sempre quello che muove le cose migliori. A me piacerebbe fare questo percorso anche insieme a voi perché la condivisione è basilare per avere la piena percezione che siamo parte di un grande intero e per superare gabbie mentali e emotive che abbiamo dentro e fuori. Ecco, quindi, che vi propongo un #ritolaico da fare insieme, un gioco di condivisione e bellezza. Da questo gennaio 2017 ce ne sarà uno ogni mese che richiederà sia da parte mia che da parte vostra una partecipazione attiva, e secondo me sarà molto divertente vederne i risultati insieme.
Al centro del mio cuore (il tema scelto da Enrica per il mese di gennaio) io ho messo le mani. Le mie, nello specifico.
Sono figlia di un uomo e una donna che per dovere e anche piacere hanno coltivato (e coltivano) la terra, per anni ho creduto che non ci fosse lavoro peggiore del loro. Ho trovato nella scuola un'ottima alleata e nei miei voti la reale possibilità per avere altro, dalla vita. Ho frequentato il liceo, lontana anni luce dalle fatiche semplici, eppure estremamente delicate, della mia famiglia. La prof di latino sosteneva che noi, noi liceali intendo, saremmo stati la classe dirigente del futuro e io un po' gongolavo. Sognavo viaggi stranieri, lauree multilingue, master costosi e incomprensibili ai più.
Che danno, penso oggi.
Che danno non aver capito prima che io le mani le ho sempre messe lì, al centro del cuore. Che non era vergogna farlo. Che non sarei stata inferiore a nessuno nemmeno con le mani sporche di terra o di chissà quale altro materiale.
Che danno non aver messo a fuoco che amavo moltissimo, del mio liceo, l'unica materia in cui avevo da fare qualcosa, non solo studiare la teoria.
Che danno non aver capito che sì, amavo la matematica per la sua razionalità, per le sue certezze provate, per il suo non aver bisogno di tante parole (cosa utile per una timidina come me), ma che l'amavo anche perché ero io, con la mia testa e le mie mani, che dovevo fare.

Il verbo fare. Anche lui l'ho sottovalutato. Gli ho assegnato un ruolo a margine dei più interessanti studiare, leggere, sognare, scrivere.

Ma ora basta. 
Al centro del mio cuore ho messo le mani e voglio gridarlo, senza più paure. Non sono un medico né un avvocato, non sarò parte della classe dirigente di questo Paese, ma sono una persona ugualmente dignitosa.
Le mani possono fare un sacco di cose.
Scrivono, girano le pagine di un libro. Diventano parole quando le parole non possono essere pronunciate né ascoltate. Applaudono, tirano pomodori marci. Scrivono striscioni, lottano coi pugni in aria,  sognano un futuro migliore. Si toccano, si stringono camminando, piene d'affetto. Si stringono anche tra sconosciuti. 
Le mani rivelano che tipo di persona è la persona che le possiede: svelano passioni e lavori. Le mie mani, per esempio, non sono affaticate, non sono come quelle di mio padre, che ci ha impastato la terra da quando era un bambino. Non credo abbia mai avuto mani lisce. Da queste parti, in mezzo alla campagna, ci sono pochi sessantenni con le mani lisce. Le loro sono mani che hanno imparato un mestiere a quattordici anni invece di tenere penne e libri fino a trent'anni. Sono mani che si sono tagliate, che hanno visto la terra sotto le unghie, sono mani callose che hanno sudato tanto, mani che hanno lavorato duro affinché lavorassero meno le mani dei figli. 
Eppure è così bello usare le mani. 
Certo è meno faticoso stare seduti dietro una scrivania, ma vuoi mettere il profumo del pane? Vuoi mettere sentire il vento che ti sbatte addosso mentre vedi le tue piante crescere e dare i frutti? Vuoi mettere saper cucinare per tante persone o riuscire a tagliare e cucire un bellissimo vestito? Quando ero in terza media sembrava che scegliere una scuola per imparare a lavorare con le mani fosse una bestemmia e invece non dovrebbe affatto essere così. Ci vuole chi fa il pane, chi fa il formaggio, chi aggiusta la rete elettrica, chi pulisce le strade. Non possiamo mica essere tutti avvocati e dottori. 
Se c'è una cosa che le mani di mio padre mi hanno insegnato è l'importanza del lavoro, di qualsiasi lavoro, purché sia onesto. Purché lasci le mani pulite, purché non ti faccia venir voglia di metterle in tasca per vergogna.

È tutto questo che batte qui, #alcentrodelmiocuore.

2 commenti:

  1. Eccoti, Ely. Eccoti qui: ti riconosco davvero. Sei TU in questo post, la mia nipotina che scrive e mi incanta e ha un cuore bello. E mani operose e altrettanto belle, lì nel centro.
    :-)

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    1. Grazie zietta, sono felice di sapere che sono sempre IO, in mezzo a tutti i cambiamenti. ;)

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