10 marzo 2017

# Libri

Memorie dal sottosuolo [Fedor Dostoevskij]

Riemergo da una lettura impegnativa e sconvolgente.
Riemergo da un classico russo.
Riemergo da un centinaio di pagine fitte fitte.
Riemergo dal sottosuolo.
Che stronzetto, questo protagonista.
Anche un po' problematico, direi.
Dovrei rivedere la mia complessità, in rapporto alla sua sparisce, evapora...puff...non esiste più. Se Archimede amasse leggere glielo presterei e poi gli direi Vedi? In fondo sono una persona dolcissima, non lamentarti. Ahah.

Sono passate un paio di settimane da quando sono riuscita a terminare la lettura, ma solo adesso ho iniziato a mettere insieme qualche parola su questa pagina bianca, invece di restare imbambolata a fissare il cursore lampeggiare.

Perché è stata davvero una lettura che mi ha fatto penare e sudare, che ha scavato dentro e mi ha lasciata lì, sgomenta, a guardare questo quarantenne barricato nel suo sottosuolo, con gli occhi allucinati e la sensazione che in fondo non è difficile farsi trascinare in basso, dai nostri istinti più meschini, come fossero sabbie mobili dalle quali a un certo punto diventa impossibile liberarsi.
Dostoevskij dà il via a un flusso di coscienza lento e inesorabile, che scava in profondità nell'inconscio umano, con crudeltà e freddezza.
Crudo e freddo è il protagonista, quarantenne ex dipendente pubblico, un uomo povero, ma intelligente (è lui stesso a crederlo, ovviamente).
Si è arrampicato in cima a un piedistallo da cui guarda la stupidità degli uomini, così presi dalla banale logica del 2+2=4 da dimenticarsi della propria anima, della propria coscienza, del proprio arbitrio.
Ma lui no, lui è superiore, non può mischiarsi con quella mediocrità.
Lui è intenzionato a vivere seguendo il 2+2=5, provando godimento dalla sua oratoria, dalla sua dialettica, dal modo super intelligente in cui affronta ogni questione.
Chiaramente vive solo, chiuso in una prigione, dove accumula rabbia e brutti pensieri nei confronti del mondo circostante, in un continuo scontro tra ragione e volontà che lo fa restare sempre e comunque ancorato al suo "comodo e rassicurante" sottosuolo.
Senza affetto.
Senza confronto.

Da solo con l'intelligenza e la crudeltà.

Lo stronzetto con cui l'ho definito all'inizio è solo un eufemismo.

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